martedì 23 marzo 2010

Le mie 128battute


Siccome nessuno delle mie battute è stata selezionata e quindi non verrà pubblicata sul libro della Feltrinelli ho deciso di fare un post tutto mio con tutte le battute che ho creato in questi mesi...:
- solo il dolore sa far apprezzare la vita
- guarda un animale negli occhi quando parli, perchè lui ti risponderà coi suoi sguardi.
- attimi di vita in una fotografia, pezzi d'anima incorniciati nella memoria
- sogni infranti contro la realtà, ma continuare a sognare
- seduta nella direzione in cui va il treno vede la sua vita arrivare. Seduta nell'altra direzione vede il suo passato.
- quando tutto il mondo sembra avercela con te e non vuoi più andare avanti pensi mai a chi hai vicino e alle cose che ti danno?
- sentì delle gocce cadergli addosso ma fuori non pioveva ed era a letto. Si girò, di fianco aveva qualcuno che piangeva...
- la bellezza sta nel guardare la neve che cade da dietro una finestra con una tazza di cioccolata calda in mano
- non è detto che scegliere il diavolo sia sempre la scelta sbagliata, specialmente se tale scelta ti offre la libertà
- se il vento potesse far volar via i pensieri dalla mente come le foglie d'autunno sugli alberi
- se la vita è bella allora perchè tutti se ne lamentano?
- è quando non pensi alle cose che ti ricordi di loro.
- quando si ama si vive anche di sola aria... perchè tutti i soldi vengono spesi per i regali!!!!
- un sorriso può dare più felicità di una giornata di sole!
- anche se il mondo finisse domani non me ne preoccuperei perchè fino ad oggi ho avuto il meglio che potessi desiderare.
- la vita può essere triste, difficile, buia e anche solitaria... ma è pur sempre una vita da vivere
- la nebbia sa aprire la mente della gente e far creare mondi nuovi su case vecchie
- casa non è della calce e dei mattoni ma un luogo dove si sta bene con le persone amate.
- nel suo castello in mezzo alla Transilvania il conte Dracula attende la sua ascesa e la supremazia dei vampiri sui mortali
- Tra le strade affollate, con la pioggia che lo bagna, sgambetta alla ricerca di un riparo asciutto
- stanca della giornata passata si arrotola su se stessa
- ogni sera torna ad offuscare vie e finestre del paese facendo credere agli abitanti di essere degli eremiti in una terra popolata
- si muore ogni volta che si apre una ferita nel cuore. Si rinasce ogni volta che si riesce a chiudere una di queste ferite.
- la vendetta è un piatto che va servito freddo... specialmente se due anni dopo la morte!!!
- non si fidava di nessuno, neanche dell'unico che chiamava amico. Così non disse nulla quando la lotta ebbe inizio per colpa sua
- la carta la sommergeva ma lei non aveva più voglia di leggere le storie inventate dagli autori, voleva leggere la sua...
- si guardò intorno, con la speranza di essere sola, di poter ascoltare il rumore del silenzio, ma una folla di rumori la travolse
- riempie il cuore di gioia trovare qualcuno coi tuoi stessi interessi, diventare amici in pochi secondi e passare anni a parlare
- si aspettava di più e sperava in qualcosa di meglio ma alla fine le piacque molto!
- non temiamo di ascoltare qualunque suono ma tremiamo davanti al rumore che può fare il silenzio!
- brillano ai primi raggi di un sole tenue i fili d'erba ricoperti di un manto di rugiada
- non è importante ricordarsi la copertina di un libro ma piuttosto le emozioni e i sogni che ti fa vivere
- continuò a correre su per quelle scale infinite chiedendosi dove portassero. Giunta in cima si voltò e vide che era la sua vita!

martedì 9 marzo 2010

Call of Chtulhu (V° episodio)


Torno a casa, la polizia mi ha di nuovo raccomandato di non andarmene da Boston, e Viola per il momento viene a vivere da me. I vicini di casa non hanno guardato molto bene Viola, in fondo vivo in un quartiere di bianchi...
La mattina appena sveglia suona il telefono, è Neils che mi dice che il Dottor Shultz all'ospedale ha uno shan in testa e non può ricevere alcuna visita perché stanno facendo degli esperimenti sulla sua testa. Decido che vado da Neils; mentre Viola, che ora si fa chiamare Eva, è fuori a cercare un permesso di soggiorno più o meno valido.
Dopo essere stata accolta da Neils gli chiedo di scendere in cantina dove ricordo essercino tre shan catturati la settimana prima. Sono ancora tutti lì. Sò che Shultz tiene il libro dei rituali dietro alle bottiglie di vino buono, peccato io preferisca sempre il Bourbon.
Trovo un rituale dove è possibile trasferire uno shan da una persona ad un'altra sacrificando un essere umano. Bè, il parco è pieno di barboni e ne abbiamo già fati fuori due la scorsa settimana...
Intanto arrivano "Eva" e Seamus che ci dicono che una vecchia barbona sta gironzolando attorno alla casa del Dottore. Neils esce per chiederle cosa vuole e intanto noi gli diciamo di farla entrare e di renderla inoffensiva, magari dandole una botta in testa o altro. Vediamo dalle finestre che vanno verso le tombe dei barboni nel giardino di Shultz; decidiamo di scendere a vedere che succede.
Da lontano vediamo che c'è una persona seduta di fianco ad una delle due tombe e guardando meglio si nota che da una delle due tombe sbuca il "cadavere" della barbona che dovremmo aver ucciso... Con qualche fatica riusciamo a far fuori la persona seduta per terra e a stordire la vecchia ma mentre tentiamo una cosa del genere il tipo seduto riesce, con un rito strano, a rendere ciechi me e Seamus ma io nonostante la cecità riesco a vedere le sagome degli shan.
Mi giro verso la voce dei miei amici e vedo una sagoma di shan e delle schegge di uovo di shan, credo che sia il Dottor Shultz, ma come è arrivato a casa?
Dopo un pò sentiamo suonare il campanello e Shultz va alla porta mentre noi cerchiamo di nascondere e mettere a posto il caos che si è creato in giardino, appena seduti in salotto sentiamo il telefono e Neils che risponde, è un pò adirato e dopo un pò dice al ricevitore: "Sono 45 anni che guardo il signorino Dwait e non mi è mai scappato!", l'ilarità è contagiosa!
In un attimo di calma il signorino Dwait ci fa vedere delle foto che ha "trovato" in ospedale mentre usciva; sono sei fotografie di persone con lo shan in testa e sotto ad ogni immagine c'è scritto: "Casa di cura TOWER". Mi ribolle il sangue al solo pensiero di Isabel Tower.
Ormai è sera e io e Viola torniamo a casa, prima di dormire mi scolo due bicchieri di Bourbon e quindi sogno di morire alcolizzata fra un anno e mezzo, non sò se è peggio la cerosi epatica o morire annegata per colpa di un polpo femmina. Shultz mi dirà in seguito che ha sognato di morire suicida... le realtà cominciano a cambiare, sarà un bene?
La mattina mi sveglio indecisa se continuare a bere o meno con Viola che tenta di dissuadermi. Mi incammino per il museo e all'entrata c'è un poliziotto che va avanti e indietro, non ci vuole tanto per capire che aspetta me. Lo saluto educatamente e vedendo la sua faccia solcata da due spesse occhiaie gli chiedo se vuole una tazza di caffè e lo invito ad accomodarsi sul divano del mio ufficio.
Mi fa delle domande sulla morte della mia precedente assistente chiedendomi chi potrebbe convalidare il mio alibi e alla fine mi dice che se mai cercassi un altro lavoro c'è sua sorella che gestisce una libreria. Sarebbe una menzogna dire che non c'ho fatto un minimo pensierino all'idea di cambiare tutto e magari cominciare una vita normale.
Dopo poco che va via il poliziotto arriva Viola/Eva che dopo aver liberato la sua nuova scrivania dalla roba vecchia si siede tutta soddisfatta. Dopo un pò la vedo andare verso lo scantinato dove teniamo i reperti, la seguo. La vedo analizzare ogni reperto e la scena è davvero esilarante. Le chiedo cosa sta cercando e analizzando due o tre fascicoli le tiro fuori quello che cerca.
E' una campana non più alta di una quarantina trentina di centimetri con dei fori ovali, è di rame, le scritte sono state cancellate dall'acqua probabilmente visto che la campana è stata levigata dalle correnti e arriva dalla baia di Boston; nel talloncino informativo ci sono due scritte, una che dice: "da Samuel Tower; 1919" con una riga sopra e appena sotto c'è scritto: "Mr. Kugan". Tutte e due sono state scritte dal mio vecchio datore di lavoro, Troy Erasmus.
Decidiamo di andare a casa di Shultz e di far suonare la campana a Seamus, è quello meno pazzo di tutti. Al suono della campana ogni liquido presente nella stanza si alza e va a schiantarsi nel soffitto, quando il suono smette ritorna come un onda per terra. Shultz decide di provarla in giardino...
Siccome sul talloncino informativo del museo c'era il nome di Kugan si pensa di fare un salto a casa della figlia, Inga Kugan che pensa io sia un demone. Vanno tutti tranne io, non mi va di avere di nuovo un fucile a due canne puntato sulla mia faccia. Io intanto con la scusa di tornare al lavoro, passo nella libreria della sorella del poliziotto e parliamo per un pò. Poi torno realmente al mio lavoro dove ricevo una chiamata interessante dal senatore.
Intanto a casa di Inga Seamus e il dottore riescono a farsi dare delle utili informazioni riguardo la famiglia Tower e tutti gli essere di quella razza; alla fine sono dei maledettissimi polpi! Invece Viola riesce come sempre a cacciarsi in qualche guaio già che mette piede nel giardino di Inga e lei se ne accorge immediatamente, io ero l'unica che si ricordava di non calpestare l'erba (così disse Inga la prima volta che ci incontrammo).
Un'altra chiamata mi raggiunge dell'avvocato della famiglia Tower che mi comunica che nessun componente della famiglia è mai stato al museo... Brutta puttana di una Isabel, se ti prendo ti ammazzo!!! e non manca molto al nostro prossimo incontro...

lunedì 25 gennaio 2010

Melanie Wilner III°


Il sogno comincia sempre uguale. Sto entrando nella camera da letto di mia nonna, il mio idolo. Ormai non ha più le forze di alzarsi dal letto; è vecchia e malata, il suo fegato sta cedendo per il troppo bere.
Nonostante tutto entrando nella stanza c'è sempre il solito profumo, "Bourbon", un odore che ormai ho imparato ad amare, e non solo l'odore.
Gli ultimi raggi del sole entrano dalla finestra della camera e illuminano le grinzose mani di mia nonna; la guardo in faccia e il suo sorriso è sempre uguale, è l'unica cosa che non è cambiata. Mi avvicino e lei mi prende la mano, il calore della sua mano sembra essere sparito con gli anni, la sua mano è gelida ma non mi stacco da quella presa. I ricordi dell'infanzia tentano di tornarmi alla memoria ma non è questo il momento più opportuno, sono qui per salutare per l'ultima volta la mia amata nonna.
Mi siedo sulla poltrona di fianco al letto e dopo poco mia nonna mi dice:
"Mel, mia adorata Mel. Domani non sarò più qui a vedere il tuo sorriso e devo chiederti delle cose prima di andare. Promettimi che non passerai il portale in quel campo..."
"Nonna ma che dici? Quale portale? In che campo?"
"Non mi credere pazza, anche se molti ne sono convinti. Te lo dico per il tuo bene, per la tua vita. Fra 12 anni, nel 1928, non passare il portale, non essere curiosa per una volta."
"Nonna devo andare a chiamare..."
"NO! Almeno tu devi credermi, devi credere in me altrimenti non crederai neanche in te stessa..."
"Ti credo..."
"Apri la mia scrivania e prendi il diario nero che trovi in fondo al cassetto. Promettimi che non lo aprirai fino al 12 febbraio 1928, il giorno che ti troverai a fare la scelta più importante della tua vita... Promettilo!"
"Lo prometto nonna..."
"Lì dentro ci sono le risposte a tutte le tue domande. C'è la mia vita prima del 1878, ci sei tu! Ma devi attendere altrimenti non crederai a nulla e mi reputerai una pazza...e continua a studiare storia, il Museo ti aspetta!"

Il sogno si ferma quasi sempre qui poi apro gli occhi, pieni di lacrime e sprofondo la testa nel cuscino per non far sentire a nessuno i singhiozzi.
Una volta fuori dal letto mi guardo nello specchio del mio comò, ho gli occhi gonfi e rossi, come tutte le volte che faccio questo sogno, ma le assomiglio in tutto e per tutto.
Oggi siamo al febbraio del 1930.
Mi chiamo Melanie Wilner (Terza)e sono la direttrice del Museo di Boston, mia città natale.
Il 12 febbraio di due anni fa mi è esattamente successo quello che ha predetto mia nonna. In mezzo ad un campo di grano c'era un portale; ho lottato molto contro la mia curiosità di vedere cosa c'era dietro ma la voce di mia nonna mi è rimbombata nella testa. Non ho passato il portale alla fine.
Tornata a casa ho aperto il baule della roba di mia nonna e ho ritrovato quel diario.
Sulla prima pagina c'era scritto: Alla mia nipotina, che porta il mio stesso nome e il mio stesso sangue.
Tutte le mie domande ebbero risposta quel giorno. Per far sì che io credessi a ciò che scrisse mia nonna mi descrisse nei minimi particolari la mia vita nei giorni prima a quel fatidico 12 febbraio, era tutto esatto. Avevo fatto le stesse cose, nei minimi particolari.
Il diario di mia nonna continuava così: ...conosco nei minimi particolari quello che hai fatto Mel, perchè io stessa ho vissuto questa vita! Io mi chiamo Melanie come te perché siamo la stessa persona. L'unica differenza è che io ho passato il portale.
Mi hai chiesto mille volte che cosa ho fatto nella mia vita prima del 1878, è arrivato il momento di risponderti. Nulla, non ho fatto nulla prima del 1878 perchè sono nata il 23 ottobre 1901, come te. Quel portale che ho passato portava indietro nel tempo di 50 anni.
Io sono te e tu sei me, siamo la stessa persona. Siamo uguali in tutto e per tutto, guardati allo specchio, siamo due gocce d'acqua. Adorerai sicuramente il Bourbon come me e ricordati di non comprarlo nel negozio all'angolo, lo allungano con l'acqua...

Dopo quelle poche righe chiusi il diario, presi fiato e tirai fuori una bottiglia di Bourbon. Dannazione, era del negozio all'angolo, sapeva veramente di acqua.
Non riuscivo a crederci, mia nonna ed io... la stessa persona...

Il diario continuava: ... ora Mel sappi che tu sei la "terza" Melanie Wilner della storia. Ma era giusto che prima o poi tutto questo finisse, ho pensato che per il tuo bene la storia dovesse andare avanti e non tornare più indietro. Devi vivere la vita come una persona normale, amare tua nipote e sapere che non è la tua reincarnazione.

Lessi il resto del diario senza sosta, era quasi incredibile, ma non potevo non credere a quello che c'era scritto. Altrimenti non avrei mai creduto ai miti di Cthulhu, non avrei mai creduto di aver visto il portale, non avrei mai creduto a tutta la mia vita.
Ora sto vivendo altre avventure, sto credendo a tutto quello che mi succede attorno, vivo la vita che non ho vissuto per due volte.

Oggi sto portando in grembo una piccola Mel, o un piccolo maschietto, che però sò crescerà in una realtà giusta...
Ringrazio me stessa di aver rotto l'incanto che mi portava indietro nel tempo e se anche il mondo dovesse finire fra due anni, l'avrò vissuta nel modo giusto.

lunedì 18 gennaio 2010

Call of Chtulhu (IV° episodio)


Mi sveglio abbastanza presto e come sempre chiamo Shultz per sapere se anche lui ha sognato la fine del mondo e se ha degli indizi in più per evitarlo. La centralinista mi passa la linea di Schultz e il telefono comincia a suonare ma nessuno risponde...strano io e Shultz ci sentiamo tutti i giorni per aggiornarci. Decido che dopo farò un salto a casa sua a vedere come sta, questa storia mi puzza un pò.
Ma mentre penso a tutto questo un urlo proviene dalla stanza di Ara, la sacerdotessa che ha "preso il posto" di Viola. Entro nella stanza e non c'è più Ara ma una che assomiglia a Viola, e che parla "educatamente" come Viola, è Viola! Almeno per me...
Chiamo Seamus riferendogli tutto e gli dico di venire a casa mia. Una volta arrivato la scena è la stessa, anche lui vede Viola e non più Ara ma è anche vero che quando c'era la sacerdotessa tutti vedevano Viola e non Ara. Quindi, per scoprire come il resto di Boston vede la nostra Viola decidiamo di andare a chiedere dello zucchero ai miei vicini di casa, di meglio non siamo riusciti a trovare. Alla fine riusciamo a capire che solo io e Seamus vediamo di nuovo Viola e che le altre persone vedono il corpo di Ara, una donna di carnagione scura.
Ci spostiamo all'appartamento di Viola dove indossa dei suoi vecchi abiti e intanto trova una candela nera davanti lo specchio del suo comò; la candela è consumata. Decidiamo di oscurare tutte le finestre e le fessure della porta e accendere la candela. Dietro allo specchio sembra materializzarsi un uomo che non sembra molto affabile e, in effetti, la seduta finisce con Viola che spara contro il vetro.
Dopo tutto questo trambusto decidiamo che io vado a lavorare al mio caro Museo e che invece Seamus e Viola vanno a cercare dei documenti falsi per Viola, così potrà circolare per Boston senza problemi.
Arrivata al mio ufficio mi accoglie, come sempre, la mia segretaria di cui non ricordo mai il nome però (Kate, Susan, Sarah). Ultimamente mi guarda sempre peggio lanciandomi frecciatine sul fatto che non sono quasi mai al lavoro e che batto la fiacca. Quindi ogni giorno mi siedo alla mia scrivenia pensando di licenziarla ma non sò chi assumere quando, un giorno, sento "Kate" al telefono che si spaccia per me. Corro fuori e spalanco la porta del mio ufficio, lei mi guarda con gli occhi di un cane bastonato ma non mi commuove minimamente, le intimo di smetterla di prendermi in giro e di trovarmi il numero di telefono dei Tower, non importa quanti siano nell'elenco.
Sono ancora furibonda quando entra molto cautamente e mi porge un fogliettino con dei numeri scritti sopra. Mentre esce le dico di andare nel magazzino a tirare fuori tutto quello che abbiamo della famiglia Tower che voglio allestire una nuova mostra in loro onore; vagamente io ricordo che si tratta di reperti Indiani. Ma, in realtà, non è una mostra quello che ho in mente; devo vedere questa signora Tower, devo capire perchè nel mio sogno un uomo dalla carnagione scura mi tagliava la gola chiedendomi cosa volevo dalla signora Tower.
Il centralino mi passa il primo numero che avevo scritto nel foglio e mi risponde una signora che, fortunatamente, è Isabel Tower, la sorella di colui che ci aveva donato i reperti indiani che teniamo in magazzino. Le chiedo di incontrarci, invento qualunque scusa affinché lei accetti di incontrarmi. Quando metto giù la cornetta un albero del parco del museo sotto la mia finestra prende inspiegabilmente fuoco, mi si stringe il cuore a quella vista, chissà quando deve soffrire quel povero albero.
La sera, dopo il lavoro, mi trovo con Viola e Seamus e tutti facciamo il resoconto della nostra giornata e loro mi raccontano che al catasto hanno trovato che la famiglia Tower è proprietaria di una casa di cura dove tempo addietro c'era stato anche Paul, il nostro famoso Paul; Viola ha un'identità nuova ed è in cerca di un nuovo lavoro, le ho proposto di diventare la mia segretaria, finalmente ho trovato qualcuno.
Nessuno durante la giornata si è più ricordato di Shultz così passiamo da casa sua verso sera, trovando il maggiordomo che ci accoglie dicendoci che Shultz è in ospedale ma che si riprenderà presto. Speriamo tutti che si riprenda, abbiamo bisogno anche di Shultz nel gruppo.
Il giorno dopo decidiamo tutti e tre di incontrare Isabel Tower. Pochi minuti dopo l'ora stabilita per l'incontro una macchina lussuosissima si ferma davanti all'entrata del museo. L'autista scende per aprire la portiera al passeggero quando dalla mia mente affiorano gli stessi lineamenti del viso e la stessa carnagione; è l'uomo che mi ha ucciso! La donna deve essere quindi Isabel, capelli rossi raccolti, un viso dai lineamenti marcati, la morte mi farebbe meno paura. Porta dei vestiti fuori moda, una gonna troppo lunga per i nostri anni; ma guardando meglio sembra che non stia camminando ma bensì strisciando.
Si avvicina con fare arrogante e comprende subito che a nessuno importa realmente della mostra indiana ma riusciamo comunque a convincerla a restare. Il suo servo aspetta fuori dal mio studio mentre noi tentiamo di capire chi è in realtà Isabel Tower.
Quello che ci rivela è devastante. Le parlo del mio sogno e, mano a mano che il mio racconto va avanti, un sorriso le si forma nel suo volto. Mentre chiude gli occhi mi sembra di notare qualcosa di strano, guardo più attentamente e... Oddio! ma che razza di mostro abbiamo davanti, ha le doppie palpebre! Dentro di me voglio fuggire o del bourbon...
Finito il mio racconto lei ci racconta che arriva da un altro "mondo", un mondo sommerso e che sarà lei a causare la fine del mondo terrestre. E' giuliva mentre ci dice che noi non meritiamo di vivere, che noi abbiamo rubato il potere al suo popolo e che quindi dobbiamo soccombere.
Finite queste parole si alza e se ne va congratulandosi ancora con me per la bella, anche se inutile, idea della mostra; chiedendomi se vale ancora la pena lavorare per una popolazione che verrà sterminata da qui a tre anni. Nessuno ha avuto il coraggio di saltarle al collo, nessuno l'ha nemmeno sfiorata. Eppure era lì il nostro nemico, dovevamo solo ucciderla e i miei sogni sarebbero finiti, il mondo sarebbe stato salvo, e invece niente... nessuno ha fatto niente.
Mentre stiamo seduti e sentiamo in lontananza il rumore della macchina di Isabel che scema un urlo proviene da una sala del museo. Corriamo tutti e tre verso quelle grida e troviamo due ragazze sconvolte che guardano per terra. Appena mi volto anch'io posso vedere il corpo sgozzato di "Kate" che giace a terra ormai privo di vita. Viola si defila e intanto chiamo la polizia. Per la seconda volta nel giro di neanche un anno il capo della polizia mi dice che sono sospettata di omicidio, che non posso uscire da Boston.
Ma ora la cosa più importante è trovare un modo per uccidere quella strega di Isabel!
Per la segretaria non ho problemi, Viola cerca lavoro e io sono senza segretaria...

lunedì 23 novembre 2009

Quegli occhi verdi incormiciati di nero.


Tra le strade affollate, con la pioggia che lo bagna, sgambetta alla ricerca di un riparo asciutto e magari di un boccone per attenuare la fame che lo dilania.
La visuale che ha sono solo miriadi di gambe da cui avere paura, da cui difendersi. Continua a camminare per strade e marciapiedi che orami riflettono la sua sagoma scura e mingherlina. E' tanto che vaga nel nulla di una città che sta scoprendo poco per volta, fatta di vicoli bui e di vagabondi che lo vogliono usare come cuscino o peggio combustibile.
Bisogna stare sempre all'erta, bisogna stare lontani da tutti e cercare cibo nei bidoni fuori dai ristoranti; ma anche lì, qualche volta, una bastonata la si prende, anche se è quasi sempre più veloce lui a scappare.
Ora però non ce la fa quasi più, lo stomaco non smette mai di brontolare e le zampe a volte cominciano a cedere, e a correre non ci riesce quasi più!
Ormai è quasi sera e l'unica cosa che vuole è del cibo per poter vivere ancora un pò, ma nulla giunge e dopo altre ore di vagabondaggio si sdraia per terra in mezzo a quella marea di gambe che continua a schivarlo o a scavalcarlo. Sta per assopirsi quando vicino a lui sente un rumore già conosciuto, una portiera che si chiude, ma ormai non ha la forza di alzarsi e scappare e tutto gli va bene; chiude comunque gli occhi e aspetta. Poco dopo sente qualcosa sul suo pelo, non gli fa male anzi sembra essere piacevole, così decide di aprire gli occhi e sopra di lui vede una ragazza che lo sta avvolgendo in un asciugamano incurante della pioggia che sta bagnando anche lei. Gli sorride, con uno sguardo dolce dietro quegli occhiali neri che le incorniciano gli occhi verdi; gli sussurra parole dolci e lo accarezza teneramente facendogli bere dell'acqua da una bottiglietta.
Con un minimo di sforzo il cagnetto tira fuori la lingua e lecca il naso della ragazza con gli occhi pieni di gratitudine perché orami sà che tutto andrà bene. Viene adagiato nel sedile posteriore nel tepore dell'auto che asciuga il suo pelo.
E' passato un mese da quel giorno che ormai sembra tanto lontano ma che comunque non verrà cancellato dalla sua mente. Ora però Lucky, così l'hanno chiamato per la sua "fortuna", giace al massimo davanti ad un camino e ogni giorno rivede quegli occhi verdi che gli sorridono e quelle mani che si prendono cura di lui. Ora, dopo tanto tempo, ha di nuovo un amico e qualcuno che lo ami...

giovedì 19 novembre 2009

camminando a piedi nudi

Camminava lentamente nell'erba bagnata della mattina lasciando dietro di sè le impronte dei suoi passi. La veste candida sfiorava i fili d'erba mentre si muoveva sul suo corpo. Una brezza salì dalla terra agitando i suoi capelli scarlatti. Le mani incrociate e poggiate sul grembo con una speranza nel cuore.
Mentre il sole sorgeva da dietro gli alberi e le illuminava il viso un flebile sorriso le si disegnò nel volto. La notte precedente era stata travagliata, piena di ricordi confusi e di immagini surreali. Tutto era confuso nella sua mente, una velo di nebbia le impediva di ricordare perfettamente ma un dubbio si insinuava nelle sue membra.
Nessuno seppe mai cosa successe quella notte, nessuno notò mai quelle piccole imperfezioni che aveva, neanche lei...
Solo una persona sapeva ciò che aveva fatto quella notte, solo una persona tornava una notte al mese a portare altri ricordi in quella mente ormai offuscata.

venerdì 9 ottobre 2009

L'inizio di una storia o la fine?


Prese un coltello, di quelli da macellaio, e si avvicinò al quadro; quello stesso quadro che sapeva essere pieno di sangue. Voleva provare, voleva vedere come,e soprattutto se, sarebbe sgorgato da quella tela all'apparenza così candida e linda.
Impugnò il manico del coltello come farebbe un killer davanti alla sua prossima vittima e , senza esitazione alcuna, infilò l'intera lama in quel rettangolo di delicatezza. Non lo squarciò completamente, non voleva che tutto finisse così presto, ma da quel taglio schizzò un fiotto di sangue che le macchiò la maglia.
Si guardò gli indumenti colorati ormai di un rosso opaco, alla vista di quel colore qualcosa si accese nei suoi occhi; non pazzia e nemmeno delirio ma,al contrario, pace e speranza. Questi sentimenti però non le impedirono di continuare a infliggere contro quella tela che cominciava a dipingersi di scarlatto.
Continuò ad accoltellare quella trama di fili con così tanta foga che il sangue le ricoprì buona parte del corpo e del volto. I suoi vestiti erano matidi e il calore del suo viso faceva rapprendere il sangue; il suo corpo sembrava assorbire ed assaporare il gusto e l'odore del liquido rosso e sembrava non dissetarsene mai.
Solo alla fine della sua foga, quando ormai della tela non restavano che dei piccoli brandelli gocciolanti si accorse che tutto era finito, che il giorno era passato e il buio della notte l'aveva ormai quasi del tutto inghiottita. E si accorse solo quando il respiro si faceva più regolare che delle piccole goccie cadevano dal cielo e le lavavano via quel liquido ormai nero come la notte...
Ma la pioggia che scorreva sul suo corpo come piccoli rigagnoli non le lavava via solo il sangue... Dalle sue vene, dal suo intero corpo sentiva come se una sostanza nera, prima accucciata da qualche parte dentro di se, non potesse resistere a quel miscuglio di acqua e sangue. Da tutti i pori sembrava uscire e mischiarsi a quelle due prime sostanze lasciando all'interno di quel piccolo corpo una purezza e un candore mai visto e mai provato.
Così, con la pace nel cuore per la prima volta e questa nuova enorme emozione, forse troppo forte e mai provata, lei si accasciò al suolo,su quell'erba che mai aveva visto così naturale e bella, e si assopì.
Dal cielo non scesero angeli ad accoglierla il quel mondo tanto agoniato da tutta l'umanità, nessuno seppe mai che giaceva lì, priva di vita con un accenno di pace nel volto...