mercoledì 26 gennaio 2011

Seconda chance


Non sò cosa ho fatto, ma devo essere stato cattivo. Devo aver fatto proprio la cosa peggiore del mondo altrimenti non mi avrebbe lasciato qui, in mezzo ad un bosco. Due giorni fa.
E sono due giorni che cammino in mezzo alle foglie morte e dormo al freddo cercando di tanto in tanto un goccio d'acqua, ma quella che ho trovato non mi è bastata a placare la sete, per non parlare della fame. Quando non mi brontola lo stomaco cerco di pensare a quello che ho fatto, al perchè sono finito qui tutto solo. Ma non riesco ad arrivarci, non capisco il perchè prima mi coccolavano e poi di punto in bianco mi hanno preso, mi hanno tolto il collare e mi hanno gettato fuori dalla macchina senza guardare indietro. Li ho aspettati per un pò, pensavo fosse un nuovo gioco, poi uno scherzo e alla fine ho capito che era tutto vero. Ero stato abbandonato al ciglio della strada.
In fondo sono nato al ciglio di una strada, ma quella volta mi hanno salvato.
Chissà questa volta che mi succederà. Sono in mezzo ad un bosco e nessuno mi troverà mai, ho fame e non credo che riuscirò a camminare ancora per tanti altri giorni.
Penso che mi coricherò qui, è abbastanza riparato ed asciutto. Mi riposo un pò.

Sento dei passi. Chi mai sarà? Cattivo, buono? Verrò ancora picchiato? Meglio stare nascosti, ma potrebbe salvarmi, potrebbe portarmi a casa sua.
Non sembra cattivo, mi ha visto e non ha la solita faccia cattiva di quando mi stanno per picchiare.
Ah, è una lei. Si avvicina, che faccio? scappo? e dove, son stanco morto. Sta tirando fuori qualcosa. Sicuro, mi picchia, chiudiamo gli occhi, sarà meno doloroso. Perchè non succede niente? Apriamo gli occhi e, mi porge la sua mano. C'è dell'acqua dentro! Allora è brava! Adesso che cos'ha per me? Ha tirato fuori il prosciutto dal suo panino e me lo sta dando.
Mentre mangio mi accarezza, ha la mano leggera, forse ha paura di farmi male. Oppure sono sporco. Si è seduta vicino a me e mi guarda mentre finisco di mangiare quello che mi offre.
Poi si alza, se ne va? Mi lascerà qui? Perchè svuota il suo zaino? Ah, voleva la coperta. In effetti fa freddo. Ma non si sta coprendo, sta coprendo me e mi prende in braccio. Chissà dove mi porta, tanto non ho le forze per ribellarmi.
Arriviamo ad una macchina, mi mette sul sedile dietro. Non sono mai stato sul sedile, sempre nel baule.
Mi accarezza la testa e mi da un bacino, che fare? Le lecco la mano.
La macchina parte e io mi addormento. Mi sveglio davanti ad un camino caldo con una ciotola di acqua e una piena di mangiare.

Ho una nuova famiglia. =D

martedì 25 gennaio 2011

Un ricordo nella vita


Seduta nella sua sedia a rotelle Annabelle guardava fuori dalla porta a vetri della casa di riposo dove era stata parcheggiata quattro anni prima, dopo che per l'ennesima volta era caduta in casa da sola e aveva aspettato seduta per terra per tre ore prima che qualcuno arrivasse.
Quel qualcuno non era la figlia, no con lei non parlava da 12 anni. A ritrovarla seduta nel pavimento freddo era stata la sua governate, una ragazza giovane originaria dell'est. Non si ricordava quasi più come si chiamava, Ania forse; ormai la sua memoria non era più quella di un tempo. Ma una cosa si ricordava di Ania, i suoi occhi verdi, di un verde intenso che ricorda i prati d'estate, sempre gentili. Le piaceva quella ragazza, chissà che fine avrà fatto adesso che lei era in casa di riposo.
Per Annabelle era normale ritornare a pensare al passato, le succedeva tutti i giorni. Ma ogni giorno ricordava qualcosa di diverso, a volte qualcosa che pensava di aver dimenticato per sempre. Ogni giorno per Annabelle era come aprire il libro della sua vita in una pagina a caso e cominciare a leggere. Il narratore era sempre Frank, il suo amato Frank.
Ogni giorno un'infermiera passava nella sua stanza, le sorrideva e la accompagnava davanti alla porta a vetri; ogni giorno, anche la domenica quando tutti gli altri passavano la giornata coi figli, lei non aveva nessuno che la venisse a prendere. E allora stava seduta lì, per ore, a guardare il giardino che si estendeva davanti a lei e il lontananza il riflesso del piccolo lago dove di tanto in tanto vedeva delle anatre nuotarci.
Molte volte le tornava alla mente quando era piccola e correva tranquilla e spensierata per i prati con suo fratello, il fratello che vedeva come il suo cavaliere dall'armatura dorata che nessuno poteva mai sconfiggere. Ma purtroppo era stato sconfitto. La guerra aveva bussato anche alla loro porta e si era portata via suo fratello, poco dopo il dolore si era portato via anche sua madre e suo padre. E lei, per la prima volta era rimasta sola.
Così aveva dovuto cercarsi un lavoro, e aveva venduto la casa di famiglia ormai troppo grande per una persona sola. La vita sembrava averla presa a sberle e lasciata in un angolo buio a piangersi addosso. Lavorava in un fast-food per pochi dollari al giorno e doveva condividere un minuscolo appartamento, ricavato da una soffitta, con due ragazze, e un numero imprecisato di topi. La sua vita le faceva schifo, aveva pensato anche di dedicarsi alla prostituzione pur di non dover tornare in quella topaia che chiamava casa.
Ed una sera si convinse, mise il vestito più provocante che aveva e scese in strada. Era confusa e ogni minuto che passava pensava sempre di più di andarsene, ma poi le ritornava in mente che l'unico posto dove andare era quello schifo di appartamento, e allora restava lì, ad aspettare. Passarono molti uomini ma non accettò di andare con nessuno fino a che non vide un uomo, uno che aveva già visto al bar. Le si avvicinò e le chiese cosa stesse facendo lì. Lei scoppiò in lacrime e lui la cinse con le sue braccia.
Quella notte lei dormì a casa sua. Fu la prima di una lunga serie di notte passate insieme a Frank. Ricorda ancora la prima notte, come russava Frank dall'altra stanza. L'aveva accompagnata a casa, le aveva lasciato il suo letto dicendole di chiudere pure la sua camera a chiave se non si sentiva al sicuro. Lui aveva dormito sul divano scomodo, non l'aveva nemmeno sfiorata con lo sguardo. Il giorno dopo le era andato a prendere tutte le sue cose nel suo appartamento e le aveva detto che poteva stare da lui quanto voleva.
Si erano spostati poi insieme, un anno dopo il loro matrimonio perchè lei era incinta. Non era più sola.
E adesso?
Adesso era di nuovo sola, per l'ultima volta era di nuovo sola.
Nessuna la veniva a trovare, nessuno le rivolgeva la parola, scambiava solo due parole con le infermiere ma niente di più. Era di nuovo sola...

Quando l'infermiera andò a prendere Annabelle per portarla in camera sua pensò che stesse dormendo. Non sapeva che invece lei era morta. Non sapeva che Annabelle in quel momento era tornata in quella casa e che stava di nuovo correndo per i prati col suo cavaliere e che in fondo al prato c'era il suo Frank che la aspettava con le braccia aperte, pronto a ridarle quel calore che non provava da tempo.

giovedì 16 settembre 2010

Call of Cthulhu, Mel e Seamus!


1926
Un altro giorno seduta in questa scrivania ad aspettare di andare a casa alle cinque. Almeno oggi mi è andata meglio del solito, il capo è uscito prima per andare a vedere dei reperti per una futura mostra, secondo me è andato a casa prima e basta.
Basta lamentarsi Mel! Prendi la tua borsa e vai a casa…
Ma mentre esco dal museo un’ombra sembra seguirmi, non mi sento per niente sicura e comincio a camminare più velocemente senza guardarmi indietro. Voglio solo arrivare alla strada dove ci sarà qualcuno, ma anche i passi di chi mi sta seguendo diventano più veloci. Comincio a correre e arrivata alla strada non sento più nulla. Mi giro e non vedo nessun’ombra, eppure sono sicura che qualcuno mi stesse seguendo.
Il giorno dopo arrivo al lavoro e ritirando la posta vedo che c’è un pacco per me, l’indirizzo è scritto a mano. La apro con molta cautela, aspettando che il direttore non ci sia. Rimango allibita quando vedo che il pacco contiene dei cioccolatini e una rosa rossa appoggiata in mezzo al vassoio. Peccato che a me il cioccolato al latte faccia schifo!
La sera stessa, mentre sto finendo le ultime cose, sento bussare alla finestra del mio ufficio. Un uomo vestito di bianco di carnagione scura mi sta guardando dalla finestra chiedendomi di aprire.
Mi dice che è stato lui a mandarmi i cioccolatini e che mi vuole solo parlare, se solo lo faccio entrare. Apro la finestra e cominciamo a parlare lì. Mi dice che è alla ricerca di un oggetto, un reperto antico proveniente dall’Egitto. E’ un cofanetto a forma ottagonale abbastanza lungo di legno con delle incisioni sopra. Mi chiede solo di avvisarlo nel momento in cui mi arrivasse sotto gli occhi uno di questi cofanetti, senza nessun obbligo. Sarò io a decidere il giorno in cui ne vedrò uno…
Poi lo strano uomo si allontana.
Da quel giorno io ricevo ogni anno un pacco di cioccolatini al latte con una rosa nel mezzo… il cioccolato al latte continua ancora oggi a farmi schifo!

1929
Sono la direttrice del museo. Oggi è una bella giornata non fosse per quella stordita della mia segretaria che non sa fare il suo lavoro, io ero molto efficiente quando ero al suo posto; la odio!
Mentre sto lavorando suona il telefono ed è Seamus che mi chiede che cosa faccio quella sera. E’ strana questa cosa perché non mi ha mai chiesto di uscire e sicuramente non mi sta corteggiando; probabilmente ha solo bisogno di qualcuno. Accetto la sua offerta e intanto esco un po’ prima per comprarmi un vestito nuovo.
La sera passa a prendermi con la sua macchina e mi faccio spiegare tutto. Stiamo andando in un locale frequentato normalmente dalla mala di Boston perché sta indagando sulla morte di un paio di prostitute e di un suo “vecchio amico” che ha trovato morto in mezzo ad un fiumiciattolo, apparentemente affogato ma realmente aveva un pezzo di legno strano conficcato nel collo.
Non ho chiesto a Seamus perché il pezzo di legno conficcato nel collo del morto ce l’avesse lui, meglio non chiedere certe cose ad un fotografo di un giornale.
Guardando meglio il pezzo di legno noto che è come il cofanetto che tre anni prima mi aveva fatto vedere Shariz, ecco come si chiamava l'uomo che mi aveva parlato la prima volta di queste reliquie egizie. Sono certa che è quello, ma adesso è rotto e l’acqua che l’ha bagnato sta facendo marcire il legno e al contatto con le mani comincia a sgretolarsi. Noto che al suo interno ha qualcosa, chiedo a Seamus se ha una penna e riesco a tirare fuori un bacco da seta, lo apro e al suo interno c’è una specie di farfalla morta. Seamus mi consiglia di sezionarla, lo faremo più tardi al museo…
Arrivati al locale ci accolgono degnamente e ci fanno accomodare in un salottino privato. Dopo un po’ arriva un conoscente di Seamus che ci da informazioni sia sulle prostitute che sul protettore . Ci danno l’indirizzo della ragazza dell’uomo ucciso e noi decidiamo di farci un salto il giorno seguente.
Non dico ancora nulla a Seamus del cofanetto di legno, devo decidere se contattare o meno quell’uomo.
Il giorno seguente ci rechiamo all’appartamento della morosa del morto che ci accoglie chiedendoci dov’è finito quello sfaticato del suo ragazzo. Quando le riveliamo che in realtà è deceduto scoppia in lacrime e ci chiede se la possiamo accompagnare fino all’obitorio per riconoscere il corpo.
Arrivati all’obitorio la scena non cambia molto. Lei si accascia piangente sul corpo del defunto e continua a piangere mentre un poliziotto parla con Seamus.
Mentre eravamo con l’addolorata “vedova” veniamo a scoprire che il suo ragazzo stava facendo da guardaspalle a due “donne di facili costumi” e ci da l’indirizzo del loro appartamento; così dopo essere usciti dall’obitorio ci dirigiamo direttamente a casa di queste due “brave ragazze”.
Bussando alla loro porta non risponde nessuno ma fortunatamente una signora del piano di sopra apre la porta e mi chiede se ho bisogno di qualcosa. Facendole qualche domanda, e dandole un nome falso, veniamo a sapere che son due giorni che non si vedono le prostitute. Ringraziamo la signora e ce ne andiamo, almeno fino a tarda sera quando scopriamo che queste due “sveglissime” ragazze lasciano la chiave di scorta sotto lo zerbino. Entriamo in casa senza fare troppo rumore e non troviamo nessuno, sembra come se siano scappate in fretta e furia lasciando lì ogni cosa… anche 3000 dollari sotto il materasso. Si sa che son tempi duri e il crollo della borsa non aiuta quindi io quei soldi me li prendo, nel caso poi trovassimo le due signorine glieli restituisco. Mettiamola così: li tengo in consegna così non vanno persi e nessuno li ruba!
A questo punto dico a Seamus di Shariz e decidiamo che lo chiamerò al più presto.
Al telefono lui è come sempre gentilissimo e stipuliamo che per il cofanetto mi da 1500 dollari; prima di accettare lo informo delle condizioni del cofanetto ma lui è ancora interessato all’acquisto. Termineremo il nostro affare la sera stessa al suo locale di lusso in centro Boston. Chiamo Seamus e gli chiedo di accompagnarmi, nelle prime non è molto convinto e cerca gentilmente di lasciarmi sola ma alla fine accetta.
Metto il vestito nuovo che avevo usato per uscire con Seamus qualche sera prima. Il locale è veramente elegante, una cameriera mi accoglie e mi fa accomodare in un tavolo. Pochi minuti dopo arrivano dei cioccolatini, ovviamente al latte, e un narghilè che nessuno dei due tocca.
Passati cinque minuti arriva il mio uomo che prende il narghilè e lo fuma con grande soddisfazione. Parliamo del cofanetto e dopo un po’ ci fa spostare al piano di sopra in uno stanzino addobbato riccamente con divanetti e tappeti e su un tavolino una ciotola piena di cioccolatini. Ci invita ad assaggiare un cioccolatino ma ne io ne Seamus siamo inclini ad accettare il suo invito. Dopo un po’ che rimaniamo fermi davanti a quel cioccolato senza avere il coraggio di prenderne uno l’uomo ci dice che ci lascia soli, e ci da il tempo per decidere se assaggiarli o meno. Appena la porta si chiude comincia il solito dibattito tra me e Seamus di chi deve assaggiare e chi guardare gli eventuali effetti; ma mentre ancora stiamo parlando sentiamo dei passi arrivare dal corridoio verso la nostra stanza.
Ad un tratto la porta i apre ed entra un ragazzo alto e nero muscoloso che ci punta una pistola contro intimando di mangiare uno di questi dannatissimi cioccolatini. Con un po’ di agilità e anche fortuna riusciamo a metterlo a tappeto e gli ficchiamo un cioccolatino in bocca. Dopo qualche istante il bodyguard ci guarda e ci parla con un’altra voce, dopo un paio di minuti cambia ancora voce e ci continua a chiedere dove si trova e chi siamo…
Scappiamo ma con noi ci portiamo dietro due di questi ormai stranissimi dolcetti. Ci dirigiamo in ospedale dove sappiamo esserci una ragazza in coma, prostituta di uno della mala di Boston che era scampata per miracolo alle numerose uccisioni dei giorni scorsi. Arrivati in camera della ragazza le mettiamo in bocca il dolce e glielo facciamo inghiottire. Finalmente apre gli occhi, ma prima ci parla in antico egizio e poi con una voce maschile. Almeno siamo riusciti a capire che dentro a quei dolci ci sono racchiuse delle anime che probabilmente sono state risucchiate dalla “farfalla” che si trovava dentro al cofanetto di legno.
Siccome il trattamento ricevuto non c’è piaciuto molto e visto che Seamus ha degli amici nella mala di Boston riusciamo a farci riceve dal boss più influente, don Gaetano. Dopo avergli spiegato la situazione ci dice che non gli garba molto aver perso due ragazze e ci fa capire che da ora in poi se ne occuperà personalmente lui. Poiché non sappiamo se ci vengono a cercare per farci la pelle chiediamo un altro aiuto a don Gaetano che ci fa trasferire per qualche giorno nella sua villa di campagna.
Quattro giorni dopo la mala ha scoperto tutto, dove tengono la gente che hanno rapito e tutto il resto. Comincia così il raid. Il locale lussuoso viene dato alle fiamme facendo credere che sia stato un atto di razzismo e il vecchio locale che usavano come tana viene prima attaccato e tutte le persone all’interno vengono uccise, anche se per un certo momento i mafiosi che guardavano dentro ad una stanza rimanevano come imbambolati e poi uccisi, e poi dato anch’esso alle fiamme. Ma prima di bruciare il vecchio locale abbiamo scoperto che dentro a quella stanza c’era un’enorme farfalla, con delle uova vicino, che ipnotizzava la gente che la guardava.
Il giorno dopo sono tornata al lavoro come se nulla fosse, immagino che non riceverò più dei cioccolatini l’anno prossimo.

lunedì 28 giugno 2010

Addio "Bela Milan"


Fra due giorni dovrò abbandonare, forse per sempre, un appartamento a Milano.
Non che abbia mai vissuto in pianta stabile a Milano, ma la bazzico di tanto in tanto.
Sta di fatto che io adoro Milano, la trovo una delle città più belle in cui sono mai stata. In effetti, IO AMO MILANO! e spero un giorno di poterci tornare in pianta stabile... un giorno, chissà quando... ma tornerò!
Ma il cuore mi piange perché l'appartammento che sto per lasciare è quello che ha visto l'inizio della mia storia d'amore.
So che non avrei scritto nulla di me, di intimo, in questo blog ma il cuore è colmo di tristezza per questa cosa. Le lacrime scendono offuscando lo schermo del computer...
E' dentro a queste quattro mura che sono entrata per la prima volta quasi tre anni fa, forse era il 27 novembre. E' sempre qui che ho aspettato che lui tornasse dal lavoro. Aspettavo che la porta si aprisse per saltargli al collo e abbracciarlo...
Ed è sempre in queste quattro mura che ho dormito abbracciata all'uomo che amo e che spero di amare per sempre...
Amo Milano perché è la città che mi ha riportato in vita e che mi ha fatto amare ancora...
Ti amo Milano, perché sei una città unica che mi è entrata nel cuore così dolcemente.
Ti porterò nel cuore mia bella Milano fino al giorno che tornerò da te, fino a quando potrò di nuovo vedere il tuo Duomo e dire, come sempre, "Ciao Milano..."
Grazie Milano per tutto quello che mi hai dato, per tutte le emozioni che mi hai fatto vivere... per quel primo vero bacio in corso Vittorio Emanuele... per tutto il Grom che ho mangiato davanti la Scala... Grazi per le serate con gli amici e le mattinate di pettegolezzi.
Ti prometto che un giorno tornerò... tu aspettami sempre bella come sei!

domenica 30 maggio 2010

Bisogno di carta...


Ritrascrivo qui il mio sesto racconto del concorso Blusubianco.

Incipit:
Mi dico che è il momento giusto e devo sbrigarmi.
Certo, sarebbe più facile se ci fosse un foglio di carta:
prenderei la penna e le parole non rimarrebbero incastrate in una vena del cervello o nella gola;
scenderebbero fino alla mano, sporcherebbero il foglio, ci resterebbero attaccate
con tutto quello che si portano dietro.
E’ il potere della pagina bianca, credo.
Ti risucchia e ti libera: è la tua possibilità di buttarti da un’altra parte.
“Allora?” mi chiede il mio editore, accendendosi una sigaretta.

Ciò che la mia mente ha creato:
“E’ tutto qui, nella mia testa!” sorrido soddisfatto.
“Me ne faccio poco della tua testa, voglio vedere il file nella mia mail!” mi guarda dai suoi occhiali nuovi fosforescenti.
“Potessi avere qualche foglio di carta…” mi guardo le scarpe aspettando la solita derisione.
“Ma in che secolo credi di vivere? Nel ventunesimo? La carta è estinta da quando è finita la quarta guerra mondiale… Nel tuo chip di storia che ti hanno inserito quando eri un bambino questo piccolo dettaglio non te l’hanno scaricato nel cervello!?!” continua a guardarmi con quel ghigno stampato sulla faccia. Sembra ci trovi gusto a prendersi gioco di me. Ma questa volta ho delle idee fantastiche.
“Avrai il file fra un mese al massimo!” rispondo mentre mi alzo per andarmene.
“Lo sapevo che eri un uomo ragionevole” ormai la sua sigaretta è finita.
Uscendo dall’ufficio mi chiedo perché la carta sia estinta mentre le sigarette ci sono ancora… Mentre penso a queste cose un android mi passa di fianco salutandomi…
Ma io so dove posso trovare della carta, l’ho già comprata altre volte. Bisogna ammettere che però costa cara, l’ultima volta che ne ho comprata un po’ mi si è quasi prosciugato il conto in banca. Ormai la roba che potevo dare dentro per avere un po’ di denaro l’ho data dentro quasi tutta e ormai non mi resta più molto.
Ho pensato anche di rubare ma se poi mi beccano, con tutte quelle telecamere che girano per la città è praticamente impossibile, basta vedere che quasi nessun ladro riesce a portare a termine una rapina.
E poi è sempre un casino ritrascrivere tutto da carta a formato file, impiego più a fare quel lavoro che a scrivere il mio libro. Ma devo ammettere che quello che creo sui fogli non mi sarebbe mai possibile su file, la penna che scorre sulla carta e crea le parole, una dopo l’altra, scorrendo come un fiume in piena su una pagina bianca. Quanto vorrei essere nato due secoli prima, quando ancora la carta era la materia più comune su cui scrivere. E’ proprio vero che certa gente nasce nel secolo sbagliato, io sono uno di loro.
Intanto che penso a tutto questo mi ritrovo davanti al mio fornitore.
Tanto vale entrare e comprare quello di cui ho bisogno.
Appena entro la telecamera posizionata sopra al bancone mi riconosce e mi porge i suoi saluti. Dopo qualche istante esce Igor, il proprietario, che mi sorride coi suoi denti gialli finti e mi dice “Non li avrai mica finiti già tutti?”
“Me ne servono altri!” rispondo mentre faccio finta di essere interessato agli oggetti in esposizione “Almeno altri 100 fogli!”
I suoi occhi si spalancano e balbettando mi dice “Lo sai quanto ti verranno a costare? Non ne fanno più di quella roba, non serve più!”
“Me li puoi far avere o no? Altrimenti li vado a cercare da qualche altra parte!” cerco di mantenere una tono di voce convincente ma Igor lo sa bene che non so dove altro andare.
“Te li prendo subito, intanto tu cerca di calmarti, ok?” e sparisce nel retro.
Dopo qualche minuto esce con in braccio i fogli che ho chiesto, mi si illuminano gli occhi alla vista di tutta quella carta, 100 fogli tutti per me. Igor vedendo la mia reazione scuote la testa “Sei nato nel secolo sbagliato amico, lo sai vero?” mi dice con un accenno di sorriso.
Gli porgo il mio chip bancario e lui mi prosciuga il conto.
“Sei praticamente al verde lo sai? Ci credo che vai in giro vestito come uno straccione! E dire che se non fosse per questa roba che ti ostini a comprare saresti ben ricco… Artisti, non vi capirò mai!”
Lo ringrazio ed esco dal negozio pieno di felicità, la carta l’ho ben nascosta dentro la mia borsa.
Quasi davanti casa mi imbatto su alcuni bambini che giocano tra di loro ma poi ne scorgo uno che è seduto sui gradini da solo. Ha la faccia sporca e sembra anche piuttosto magrolino.
Mi avvicino. Lui mi guarda e mi dice “Mi spiace signore, me ne vado subito. Non volevo sporcarle i gradini.” e si alza.
In automatico gli rispondo “Non è casa mia questa, io abito due case più avanti.” faccio un altro passo poi mi giro verso il bambino e gli dico “Sai scrivere?”
Il bambino mi guarda come se fossi matto, e forse tutti i torti non li ha. A bassa voce mi risponde “No, non so scrivere…” guarda per terra e si vergogna.
“Imparerai! Abbiamo tanto lavoro da fare e tu sei diventato ufficialmente il mio trascrittore!”
Il bambino mi guarda con gli occhi sgranati “Mi pagherà?” la voce è quasi un sussurro.
“Certo, ti pagherò. Avrai vitto e alloggio e imparerai a leggere e scrivere.”
Finalmente il bambino alza la faccia con un enorme sorriso stampato in faccia “Ci sto signore!Comincio subito!”
“A proposito…com’è che ti chiami piccolo?”
“Alphonse ma tutti mi chiamano Al!”
“Ok Al, io mi chiamo William… a mia madre piaceva uno scrittore del 1500 che si chiamava William Shakespeare e allora mi ha chiamato come lui. Ha detto che anch’io posso fare grandi cose come le ha fatte lui!”

lunedì 24 maggio 2010

L'ultima partita


Partecipando al concorso "Blusubianco" ho scritto questo mini-racconto che non è stato scelto tra i finalisti e che quindi sono liberissima di pubblicare qui, sul mio blog. E comunque, anche se l'avessero scelto, lo pubblicavo lo stesso...

Intro dell'autrice:
Caterina dice che aspetta ogni mercoledì a partire dal mercoledì sera. Che è il suo piccolo momento di piacere. Io non mi faccio illusioni, però: dice tante cose. Quando arrivo ha già messo al loro posto i pezzi sulla scacchiera e i cuscini, visto che giochiamo sul pavimento e ogni partita dura un’ora o più.
“Non tocca a me il nero” faccio, come ogni volta.
“Si invece” dice lei, accarezzando i suoi pedoni bianchi come se fossero un piccolo esercito del bene.

Racconto creato dalla mia mente:
Muove il primo pedone, come ogni volta che cominciamo una partita.
“Kate, ricordi qualcosa di nuovo?” le chiedo.
“Caterina, mi chiamo Caterina o così dicono le infermiere” il suo sguardo si incupisce un po’. Io la conosco bene e sono ormai sei mesi che le faccio questa domanda prima di qualunque altra, e sono sei mesi che lei mi ripete la solita frase.
Faccio la mia prima mossa.
“No, non ricordo nulla di nuovo . Perché? Cosa dovrei ricordare?” e mi guarda con la sua aria interrogativa.
“Niente Kate, stavo solo scherzando”, le lacrime mi salgono agli occhi ma riesco a rimandarle indietro.
“Caterina, lo vuoi capire che mi devi chiamare Caterina! Kate non mi piace!” i suoi occhi penetranti facevano capire che era seria. Se sapesse che sei mesi prima con quegl’occhi riusciva a farsi dire quello che voleva da chiunque, se solo ricordasse cosa le è accaduto sei mesi fa. Ma ricorda solo come si gioca a scacchi. E’ strano, l’hanno detto anche i medici, ma non ricorda altro.
Mentre muove il suo cavallo dalle sue labbra escono delle flebili parole “Il cavallo, sì muovo il cavallo!”, i suoi occhi scrutano la scacchiera poi all’improvviso mi fissano e lei mi dice “Come ho fatto a trovarmi in quella parte della città? Angie, come ho fatto?”.
Poso gli occhi sulla scacchiera, adesso è il mio turno, ma non penso alla mossa da fare ma alla risposta da darle “Non lo so! Non ne ho la più pallida idea. Mi hanno chiamata dall’ospedale, dicendomi che continuavi a ripetere il mio nome”, adesso la fisso negli occhi nella speranza di vedere una scintilla, nella speranza che ricordi ciò che le è successo. Ma non succede nulla.
Muovo l’alfiere.
Ora ha di nuovo lo sguardo fisso sui pezzi, quando tocca a lei muovere non esiste nient’altro se non la scacchiera.
Muove, la solita mossa delle altre giocate, comincio ad impararle a memoria.
Non muovo nessun pezzo, tolgo le mani dal tavolo. Voglio che mi guardi, voglio che ricordi qualcosa. Sono stanca, ogni mercoledì vengo qui e ogni mercoledì è sempre la stessa storia, sempre le stesse domande, ma lei non ricorda mai!
La guardo da sopra gli occhiali e lei sembra quasi non notarmi. Alla fine mi guarda, i suoi occhi si illuminano, forse comincia a ricordare. Mi guarda più intensamente e mi dice “Tu dovevi essere con me! Quella sera! Dovevamo andare lì insieme! Ma non c’eri! Perché? Perché non c’eri? Perché mi hai lasciata sola?”.
“Lo so!” le rispondo distogliendo lo sguardo “Prima di andare lì dovevamo vederci al solito bar. Ricordi? Dovevamo incontrarci lì perché quella volta era troppo pericoloso”.
Mi decido a fare la mia mossa.
Ritorna nel suo bel mondo degli scacchi, si immerge ancora nel gioco e dopo avermi mangiato il primo pedone mi domanda “Chi delle due non si è presentata?”
“Tu” le rispondo “Normalmente mi lasciavi un biglietto ma quella volta niente”.
“Tocca ancora a te” mi dice “Dai, fai la tua mossa. Giochiamo la nostra partita di scacchi per farmi tornare la memoria”. Mentre lo dice mi sorride, un sorriso falso che vuole celare le lacrime che ha dentro. Non oso pensare come si sente.
Le mangio a mia volta un pedone.
“Mi hanno trovata nuda, vero?”.
Cerco di guardare la sua faccia, ma l’ha già nascosta. Guarda di nuovo la scacchiera. Odio questa dannata scacchiera.
“Sì” le rispondo “Eri nuda, in mezzo al vicolo. Coperta di sangue.”
Le trema la mano mentre alza un altro pedone.
“Era mio?” chiede con un filo di voce.
“No” non riesco più a guardarla in faccia e anche le mie mani cominciano a tremare “Non sanno di chi sia”.
Mi concentro per non farle notare che anch’io sto per crollare.
Muovo l’alfiere.
Lei sembra sorridere alla mia mossa e in un attimo la sua regina attacca.
“Non era il mio sangue”, lo ripete più per sé stessa. E’ sconvolta.
Sembra non pensare più alla partita e io comincio a perdermi nei miei pensieri. Dopo qualche secondo, o qualche minuto, non so quanto tempo sia passato, Caterina mi richiama alla sua attenzione.
“Ci stai pensando o te la stai prendendo comoda? Su, muovi!”, il sorriso sembra esserle tornato.
Tento di difendermi dalla sua regina con un cavallo.
Andiamo avanti per qualche mano senza parlare, solo il rumore delle pedine risuona nella stanza.
“Dovevo aspettarti”. La sua voce rimbomba come un tuono e quando la guardo le sue guance sono bagnate di lacrime. “Dovevo aspettarti lo so, ma ero troppo curiosa”.
Faccio per risponderle ma lei mi ferma “Tu non sai cosa c’era là. E’ stato orrendo, non credevo che al mondo esistesse così tanta crudeltà… Il sangue, non finiva più di sgorgare… Quegl’occhi… Continuavano a guardarmi!”. Nel suo volto c’è solo paura, la stessa che aveva sei mesi prima. Sta per crollare un’altra volta e non posso lasciare che accada, non ancora!
Mi alzo per andarla ad abbracciare ma so già di essere in ritardo. Lei si è già messa le mani nei capelli, sta piangendo e comincia ad urlare. Tento di abbracciarla e di farla calmare ma lei si agita troppo, è più forte di me e non riesco a tenerla. Adesso è in preda ad una crisi di panico.
Le infermiere entrano nella stanza e la legano al letto, lei continua ad agitarsi e ad urlare. Nei suoi occhi non vedo più l’amica di una vita ma un’estranea.
Esco dalla stanza e mi appoggio con la schiena al muro. Sto piangendo. Piango e non riesco a fermarmi, dalla stanza di Caterina sento ancora le sue urla che mi colpiscono come lame affilate.
E’ l’ultima volta che vengo a trovarla, non ce la faccio più. Non posso sopportare un’altra partita a scacchi, non riesco più a guardarla senza sentirmi in colpa.
Domani mi trasferisco, me ne vado da questa città che mi succhia la vita.
Addio amica mia, ho fallito anche con te, volevo solo riportarti alla sanità mentale ma ho fallito. Spero un giorno mi perdonerai perché io non lo farò mai.