Il post che leggerete non è stato scritto da me ma da Fabio, anche mio moroso. Ho pensato che merita davvero come racconto breve, e magari ci sarà anche una seconda (terza,quarta,etc...) parte...Enjoy yourself!
Appena dimenticò la storia, la storia si dimenticò di lui.
Con questo assurdo pensiero, Fabio si svegliò. Quel cielo particolarmente luminoso avrebbe dovuto svegliarlo da un bel pò, pensò nell'ultimo momento piacevole della giornata. Pochi istanti dopo, il dolore alla schiena. Realizzò di essere metà a terra, testa e spalle, e metà su una panchina di marmo. Il dolore, accumulato inascoltato da chissà quanto, proveniva dalla vertebra e dalla costola che l'avevano mantenuto in quella posizione incastrandosi sullo spigolo. Fabio ruotò il busto, fece forza con le braccia e strisciò giù dalla panca. Raddrizzando la testa, il senso dell'equilibrio lo abbandonò rapidamente, sostituito da un mal di testa ed una nausea feroci ed intontenti.
La domanda "Che diavolo ci faccio qui?", morì, travolta da troppi problemi, per essere rimpiazzata da un primordiale impeto: "Trova rifugio".
Le immagini di un bambino in monopattino che lo derideva e di un portiere d'albergo che scuoteva la testa sconsolato nel vederlo passare vennero riposte in un luogo lontano della memoria, per essere analizzate tristemente più tardi.
La fermata del bus si avvicinava. Il mantra "88, 137", figlio di notti allegre, giudò i suoi passi fino alla giusta palina. Nessun bus all'orizzonte. Collassò sul minimale sgabello, gemendo per un'ulteriore fitta alla schiena.
"Inspira. Espira." si disse, vagamente consapevole che solo attendere un'eternità lo avrebbe riportato ad essere una creatura sensiente e funzionante.
Buio. Dolore.
Era caduto dalla strapuntino, battendo il fondoschiena sul pavimento e la testa su almeno due elementi sporgenti della pensilina.
"Sono un disastro ridicolo" pensò ancora. Poi si sorprese per la complessità di quelle riflessioni, e di avere le idee chiare. La realizzazione che le macchine sulla strada stavano ora viaggiando con i fari accesi fu seguita dal solito sospetto di aver dormito alcune ore semiseduto ad una fermata dei bus di Trafalgar Square.
"Merda!" esclamò ad alta voce, collezionando un pò di altri sguardi di disprezzo.
Si concentrò. Dove sono? londra, Trafalgar Square. Che ore sono? Cercò il telefono nelle tasche. Lo trovò smontato nella tasca posteriore dei pantaloni, schermo crepato come un mosaico. Fantastico. £400 di telefono. Uno sguardo intorno. 5 del pomeriggio, sperando l'orologio funzioni. Lo fissò per 30 secondi buoni, prima di vedere il rassicurante scatto di una lancetta. Tessera dei mezzi? Sì, in tasca, con una manciata di banconote e qualche moneta. Ok. Andiamo a casa.
Salito sul bus, toccò il lettore giallo con la scheda, avvolta in una custodia sponsorizzata Ikea.
Bip. Sul display, la notifica di rimozione di £2 dal credito. Merda, era scaduto il settimanale. Capita quando si passano le giornate a dormire a Trafalgar. Salì al piano di sopra: viaggiare con solo il grande vetro davanti gli schiariva sempre le idee.
Come diavolo si era ridotto in quello stato? Spinse la memoria alla sera prima. Zero. Cena? Zero. Provò altri approcci. Sridat? No, era a Nizza in vacanza. Che locali c'erano vicino Trafalgar? L'Albanach. No, nessuna memoria collegata. Una volta aveva camminato dal Cafè de Paris fino all'Albanach. Con Mike...no, neanche il Cafè de Paris risvegliava ricordi. Cazzo! Vagamente impanicato, provò a partire diversamente, che cosa aveva sicuramente fatto quella settimana? Venerdì della settimana prima, riunione. Venerdì sera, uscita a sentire Ema che suonava al Fiddler's. Camden. Usciti dal Fiddler's...una corona con Marja. Due. Locali casuali di Camden. Poi l'offerta di droga, rifiutata, e la fuga, ancora su un 88 verso sud. L'arrivo a casa. scale fatte con calma, ma l'alcool era ormai calato. L'ingresso a casa. La vecchia che leggeva le carte seduta sul suo divano, di fronte ad una xbox usata come stereo per far girare "Fire" di Hendrix e un salvaschermo stile mediaplayer.
EH?
Si bloccò di fronte all'assurdità del ricordo stesso.
E poi tutto gli tornò in mente.
Appena ricordò la storia, la storia si ricordò di lui
domenica 8 aprile 2012
sabato 12 novembre 2011
Libera...o almeno volerlo!
Poter rubare anche solo per un giorno, per un'ora, le ali di un'aquila e volare via, vedere il mondo dall'alto capendo finalmente le piccolezze delle vita.
Poter restare immersa nell'acqua di un torrente dall'alba al tramonto sentendo solo il rumore dell'acqua che ti scorre addosso, sdraiata su un letto si sassi scivolosi con l'unica compagnia della luce del giorno che ti passa sul corpo.
Poter abbracciare le fiamme che ardono dentro un camino per capire realmente com'è il calore che ricevi dalle persone che ami; per sentire le fiamme che bruciano il tuo cuore e che ti riscaldano dall'interno.
Poter respirare la terra per non morire mai...
Poter restare immersa nell'acqua di un torrente dall'alba al tramonto sentendo solo il rumore dell'acqua che ti scorre addosso, sdraiata su un letto si sassi scivolosi con l'unica compagnia della luce del giorno che ti passa sul corpo.
Poter abbracciare le fiamme che ardono dentro un camino per capire realmente com'è il calore che ricevi dalle persone che ami; per sentire le fiamme che bruciano il tuo cuore e che ti riscaldano dall'interno.
Poter respirare la terra per non morire mai...
sabato 1 ottobre 2011
Cambio vita...
Salgo sul treno e il fattorino è così gentile da accompagnarmi alla mia cuccetta, mi suggerisce inoltre di chiudermi dentro sempre, perchè non si sà mai cosa può accadere ad una giovane signora in un viaggio.Se sapesse tutto quello che mi è successo fino ad oggi...
Ho cambiato nome, ho pagato per avere dei documenti "validi" nuovi. La mia vita di prima era diventata troppo pericolosa, un esempio è stata la mia amica Kate che ormai è ricoverata in un manicomio che non ricorda neanche come si chiama. E tutto questo per quello che le è successo una notte...
Io quella notte non c'ero, ma ricordo tutto il resto, ciò che avvenne prima e dopo.
All'inizio volevamo capire chi ci mandava gli stessi fiori. Era stato carino la prima volta incontrarci con dei mazzi praticamente identici e la stessa dedica sopra, si può dire che l'incanto di essere corteggiata era svanito subito, ma la curiosità era venuta a galla subito dopo. I fiori non arrivavano mai in giorni precisi, o almeno era quello che pensavamo io e Kate. Poi dopo un pò abbiamo annotato il giorno in cui ci arrivavano i mazzi.
I giorni del mese erano le lettere di un messaggio. Abbastanza elementare in effetti.
Perdemmo le prime 4 lettere ma riuscimmo a capire comunque il messaggio. Man mano che scoprivamo ogni lettera del messaggio a me saliva un senso di angoscia, mentre Kate era sempre più curiosa di arrivare alla fine del messaggio.
Scoprimmo che si trattava di un indirizzo, una data e l'ora. La data era riferita al mese dopo.
Io e Kate litigammo, le dissi che non mi sembrava una buona idea, non sapevamo neanche chi fosse stato a mandarci quei fiori, cosa volesse da noi. Sicuramente sapeva che ci conoscevamo e che eravamo ottime amiche, ma che altro? Non sapevamo se ci stesse spiando da tempo o meno e se ci stesse solo attirando verso una trappola.
Io non volevo andarci, non mi sentivo al sicuro. Ma Kate ormai era decisa ad andare, voleva scoprire chi fosse questa persona, secondo lei non avevamo nulla da preoccuparci. "Cosa vuoi che ci succeda ancora?" aveva commentato... Così mi decisi a darle retta.
Nel mese che ci separava da quella data cercammo di scoprire più cose possibili su questa persona. Non trovammo nulla. Chiesi per l'ultima volta a Kate di lasciare perdere e di tornare alla nostra vita ma lei non era d'accordo. Mi disse che sarebbe andata anche da sola se era necessario. Per l'ennesima volta le dissi che l'avrei accompagnata.
Quel fatidico giorno non tardò ad arrivare. Io e Kate eravamo d'accordo che ci saremmo trovate al solito bar due ore prima dell'incontro e poi ci saremmo avviate insieme.
Giunsi al bar all'ora stabilita e Kate doveva ancora arrivare, non ci feci caso, lei era sempre in ritardo. La attesi per un'ora ma lei non era ancora arrivata. Cominciavo a preoccuparmi. Dopo un'ora e mezza che la aspettavo chiesi al barista se l'aveva vista. Mi disse di no. Trascorse le due ore e poco più pensai di andarmene, di tornarmene a casa, probabilmente Kate aveva usato una volta il cervello e aveva deciso di non venire o semplicemente si era addormentata.
Mentre uscivo dal bar e guardavo il tram che arrivava e che mi avrebbe portato a casa mi incamminai verso la direzione opposta. Giunsi al luogo dell'incontro circa 10 minuti dopo.
Lo spettacolo che mi si apriva davanti era indescrivibile e orrendo: Kate sdraiata per terra completamente nuda e in un lago di sangue. Corsi a soccorrerla e comincia a gridare "Aiuto!", era ancora viva. Ma chi l'aveva ridotta così? Chi poteva averle fatto questo?
Alcune persone sentirono le mie grida...un ambulanza arrivò poco dopo e la portò via. La polizia non mi lasciò entrare in ambulanza. Mi portarono in centrale e mi tennero lì tutta la notte chiedendomi ininterrottamente le stesse cose. Cosa ci facevo lì? Conoscevo Kate? Come facevo a sapere che era lì? Etc Etc... Mi lasciarono andare la mattina dopo.
Corsi in ospedale e mi dissero che Kate era in gravi condizioni, non potevo vederla. L'andai a trovare tutti i giorni fino a quando un giorno si svegliò. Ero così felice che finalmente si fosse svegliata! La guardai, la salutai e le chiesi come stava. Mi rispose solo con "Dove sono? Chi è lei?". Non ricordava nulla...il mondo mi crollò addosso.
Tentai più e più volte nei mesi a venire di far ricordare a Kate cosa fosse successo, ma soprattutto chi fosse lei. Dopo un mese e mezzo di riabilitazione all'ospedale venne direttamente mandata alla casa di cura perchè continuava ad avere delle crisi, incubi e spesso tentava di farsi del male da sola.
Per sei mesi ho tentato di capire cosa le fosse successo. La andavo a trovare, vedevo il suo volto senza più quella certezza e quel sorriso che aveva!
Non ci sono riuscita, ho snervato tutte e due per tutti questi mesi senza venire a capo di nulla. Non so chi ci mandava i fiori, non so perchè lei ha deciso di andarci da sola, e non so perchè l'hanno ridotta in questo stato. Non so nulla!
Ora che sono sul questo treno per l'ovest ripenso per l'ultima volta alla mia vecchia vita. Ho cambiato nome, ora mi chiamo Elizabeth, ho pagato per dei documenti falsi in modo da ricominciare una nuova vita senza che nessuno mi conosca. Sto cambiando anche luogo. Non posso più rimanere qui, mi fa troppo male. Mi sento una perdente e ormai non è più una città in cui io mi senta al sicuro.
Mentre il treno parte mi giro verso il finestrino a guardare fuori...un uomo con un mazzo di fiori è di fronte a me! Sono gli stessi fiori! Cerco di capire chi sia ma il suo volto è nascosto dal cappello, leggo solo nelle sue labbra le parole "Addio, Elizabeth!"
Ho cambiato nome, ho pagato per avere dei documenti "validi" nuovi. La mia vita di prima era diventata troppo pericolosa, un esempio è stata la mia amica Kate che ormai è ricoverata in un manicomio che non ricorda neanche come si chiama. E tutto questo per quello che le è successo una notte...
Io quella notte non c'ero, ma ricordo tutto il resto, ciò che avvenne prima e dopo.
All'inizio volevamo capire chi ci mandava gli stessi fiori. Era stato carino la prima volta incontrarci con dei mazzi praticamente identici e la stessa dedica sopra, si può dire che l'incanto di essere corteggiata era svanito subito, ma la curiosità era venuta a galla subito dopo. I fiori non arrivavano mai in giorni precisi, o almeno era quello che pensavamo io e Kate. Poi dopo un pò abbiamo annotato il giorno in cui ci arrivavano i mazzi.
I giorni del mese erano le lettere di un messaggio. Abbastanza elementare in effetti.
Perdemmo le prime 4 lettere ma riuscimmo a capire comunque il messaggio. Man mano che scoprivamo ogni lettera del messaggio a me saliva un senso di angoscia, mentre Kate era sempre più curiosa di arrivare alla fine del messaggio.
Scoprimmo che si trattava di un indirizzo, una data e l'ora. La data era riferita al mese dopo.
Io e Kate litigammo, le dissi che non mi sembrava una buona idea, non sapevamo neanche chi fosse stato a mandarci quei fiori, cosa volesse da noi. Sicuramente sapeva che ci conoscevamo e che eravamo ottime amiche, ma che altro? Non sapevamo se ci stesse spiando da tempo o meno e se ci stesse solo attirando verso una trappola.
Io non volevo andarci, non mi sentivo al sicuro. Ma Kate ormai era decisa ad andare, voleva scoprire chi fosse questa persona, secondo lei non avevamo nulla da preoccuparci. "Cosa vuoi che ci succeda ancora?" aveva commentato... Così mi decisi a darle retta.
Nel mese che ci separava da quella data cercammo di scoprire più cose possibili su questa persona. Non trovammo nulla. Chiesi per l'ultima volta a Kate di lasciare perdere e di tornare alla nostra vita ma lei non era d'accordo. Mi disse che sarebbe andata anche da sola se era necessario. Per l'ennesima volta le dissi che l'avrei accompagnata.
Quel fatidico giorno non tardò ad arrivare. Io e Kate eravamo d'accordo che ci saremmo trovate al solito bar due ore prima dell'incontro e poi ci saremmo avviate insieme.
Giunsi al bar all'ora stabilita e Kate doveva ancora arrivare, non ci feci caso, lei era sempre in ritardo. La attesi per un'ora ma lei non era ancora arrivata. Cominciavo a preoccuparmi. Dopo un'ora e mezza che la aspettavo chiesi al barista se l'aveva vista. Mi disse di no. Trascorse le due ore e poco più pensai di andarmene, di tornarmene a casa, probabilmente Kate aveva usato una volta il cervello e aveva deciso di non venire o semplicemente si era addormentata.
Mentre uscivo dal bar e guardavo il tram che arrivava e che mi avrebbe portato a casa mi incamminai verso la direzione opposta. Giunsi al luogo dell'incontro circa 10 minuti dopo.
Lo spettacolo che mi si apriva davanti era indescrivibile e orrendo: Kate sdraiata per terra completamente nuda e in un lago di sangue. Corsi a soccorrerla e comincia a gridare "Aiuto!", era ancora viva. Ma chi l'aveva ridotta così? Chi poteva averle fatto questo?
Alcune persone sentirono le mie grida...un ambulanza arrivò poco dopo e la portò via. La polizia non mi lasciò entrare in ambulanza. Mi portarono in centrale e mi tennero lì tutta la notte chiedendomi ininterrottamente le stesse cose. Cosa ci facevo lì? Conoscevo Kate? Come facevo a sapere che era lì? Etc Etc... Mi lasciarono andare la mattina dopo.
Corsi in ospedale e mi dissero che Kate era in gravi condizioni, non potevo vederla. L'andai a trovare tutti i giorni fino a quando un giorno si svegliò. Ero così felice che finalmente si fosse svegliata! La guardai, la salutai e le chiesi come stava. Mi rispose solo con "Dove sono? Chi è lei?". Non ricordava nulla...il mondo mi crollò addosso.
Tentai più e più volte nei mesi a venire di far ricordare a Kate cosa fosse successo, ma soprattutto chi fosse lei. Dopo un mese e mezzo di riabilitazione all'ospedale venne direttamente mandata alla casa di cura perchè continuava ad avere delle crisi, incubi e spesso tentava di farsi del male da sola.
Per sei mesi ho tentato di capire cosa le fosse successo. La andavo a trovare, vedevo il suo volto senza più quella certezza e quel sorriso che aveva!
Non ci sono riuscita, ho snervato tutte e due per tutti questi mesi senza venire a capo di nulla. Non so chi ci mandava i fiori, non so perchè lei ha deciso di andarci da sola, e non so perchè l'hanno ridotta in questo stato. Non so nulla!
Ora che sono sul questo treno per l'ovest ripenso per l'ultima volta alla mia vecchia vita. Ho cambiato nome, ora mi chiamo Elizabeth, ho pagato per dei documenti falsi in modo da ricominciare una nuova vita senza che nessuno mi conosca. Sto cambiando anche luogo. Non posso più rimanere qui, mi fa troppo male. Mi sento una perdente e ormai non è più una città in cui io mi senta al sicuro.
Mentre il treno parte mi giro verso il finestrino a guardare fuori...un uomo con un mazzo di fiori è di fronte a me! Sono gli stessi fiori! Cerco di capire chi sia ma il suo volto è nascosto dal cappello, leggo solo nelle sue labbra le parole "Addio, Elizabeth!"
mercoledì 26 gennaio 2011
Seconda chance

Non sò cosa ho fatto, ma devo essere stato cattivo. Devo aver fatto proprio la cosa peggiore del mondo altrimenti non mi avrebbe lasciato qui, in mezzo ad un bosco. Due giorni fa.
E sono due giorni che cammino in mezzo alle foglie morte e dormo al freddo cercando di tanto in tanto un goccio d'acqua, ma quella che ho trovato non mi è bastata a placare la sete, per non parlare della fame. Quando non mi brontola lo stomaco cerco di pensare a quello che ho fatto, al perchè sono finito qui tutto solo. Ma non riesco ad arrivarci, non capisco il perchè prima mi coccolavano e poi di punto in bianco mi hanno preso, mi hanno tolto il collare e mi hanno gettato fuori dalla macchina senza guardare indietro. Li ho aspettati per un pò, pensavo fosse un nuovo gioco, poi uno scherzo e alla fine ho capito che era tutto vero. Ero stato abbandonato al ciglio della strada.
In fondo sono nato al ciglio di una strada, ma quella volta mi hanno salvato.
Chissà questa volta che mi succederà. Sono in mezzo ad un bosco e nessuno mi troverà mai, ho fame e non credo che riuscirò a camminare ancora per tanti altri giorni.
Penso che mi coricherò qui, è abbastanza riparato ed asciutto. Mi riposo un pò.
Sento dei passi. Chi mai sarà? Cattivo, buono? Verrò ancora picchiato? Meglio stare nascosti, ma potrebbe salvarmi, potrebbe portarmi a casa sua.
Non sembra cattivo, mi ha visto e non ha la solita faccia cattiva di quando mi stanno per picchiare.
Ah, è una lei. Si avvicina, che faccio? scappo? e dove, son stanco morto. Sta tirando fuori qualcosa. Sicuro, mi picchia, chiudiamo gli occhi, sarà meno doloroso. Perchè non succede niente? Apriamo gli occhi e, mi porge la sua mano. C'è dell'acqua dentro! Allora è brava! Adesso che cos'ha per me? Ha tirato fuori il prosciutto dal suo panino e me lo sta dando.
Mentre mangio mi accarezza, ha la mano leggera, forse ha paura di farmi male. Oppure sono sporco. Si è seduta vicino a me e mi guarda mentre finisco di mangiare quello che mi offre.
Poi si alza, se ne va? Mi lascerà qui? Perchè svuota il suo zaino? Ah, voleva la coperta. In effetti fa freddo. Ma non si sta coprendo, sta coprendo me e mi prende in braccio. Chissà dove mi porta, tanto non ho le forze per ribellarmi.
Arriviamo ad una macchina, mi mette sul sedile dietro. Non sono mai stato sul sedile, sempre nel baule.
Mi accarezza la testa e mi da un bacino, che fare? Le lecco la mano.
La macchina parte e io mi addormento. Mi sveglio davanti ad un camino caldo con una ciotola di acqua e una piena di mangiare.
Ho una nuova famiglia. =D
martedì 25 gennaio 2011
Un ricordo nella vita

Seduta nella sua sedia a rotelle Annabelle guardava fuori dalla porta a vetri della casa di riposo dove era stata parcheggiata quattro anni prima, dopo che per l'ennesima volta era caduta in casa da sola e aveva aspettato seduta per terra per tre ore prima che qualcuno arrivasse.
Quel qualcuno non era la figlia, no con lei non parlava da 12 anni. A ritrovarla seduta nel pavimento freddo era stata la sua governate, una ragazza giovane originaria dell'est. Non si ricordava quasi più come si chiamava, Ania forse; ormai la sua memoria non era più quella di un tempo. Ma una cosa si ricordava di Ania, i suoi occhi verdi, di un verde intenso che ricorda i prati d'estate, sempre gentili. Le piaceva quella ragazza, chissà che fine avrà fatto adesso che lei era in casa di riposo.
Per Annabelle era normale ritornare a pensare al passato, le succedeva tutti i giorni. Ma ogni giorno ricordava qualcosa di diverso, a volte qualcosa che pensava di aver dimenticato per sempre. Ogni giorno per Annabelle era come aprire il libro della sua vita in una pagina a caso e cominciare a leggere. Il narratore era sempre Frank, il suo amato Frank.
Ogni giorno un'infermiera passava nella sua stanza, le sorrideva e la accompagnava davanti alla porta a vetri; ogni giorno, anche la domenica quando tutti gli altri passavano la giornata coi figli, lei non aveva nessuno che la venisse a prendere. E allora stava seduta lì, per ore, a guardare il giardino che si estendeva davanti a lei e il lontananza il riflesso del piccolo lago dove di tanto in tanto vedeva delle anatre nuotarci.
Molte volte le tornava alla mente quando era piccola e correva tranquilla e spensierata per i prati con suo fratello, il fratello che vedeva come il suo cavaliere dall'armatura dorata che nessuno poteva mai sconfiggere. Ma purtroppo era stato sconfitto. La guerra aveva bussato anche alla loro porta e si era portata via suo fratello, poco dopo il dolore si era portato via anche sua madre e suo padre. E lei, per la prima volta era rimasta sola.
Così aveva dovuto cercarsi un lavoro, e aveva venduto la casa di famiglia ormai troppo grande per una persona sola. La vita sembrava averla presa a sberle e lasciata in un angolo buio a piangersi addosso. Lavorava in un fast-food per pochi dollari al giorno e doveva condividere un minuscolo appartamento, ricavato da una soffitta, con due ragazze, e un numero imprecisato di topi. La sua vita le faceva schifo, aveva pensato anche di dedicarsi alla prostituzione pur di non dover tornare in quella topaia che chiamava casa.
Ed una sera si convinse, mise il vestito più provocante che aveva e scese in strada. Era confusa e ogni minuto che passava pensava sempre di più di andarsene, ma poi le ritornava in mente che l'unico posto dove andare era quello schifo di appartamento, e allora restava lì, ad aspettare. Passarono molti uomini ma non accettò di andare con nessuno fino a che non vide un uomo, uno che aveva già visto al bar. Le si avvicinò e le chiese cosa stesse facendo lì. Lei scoppiò in lacrime e lui la cinse con le sue braccia.
Quella notte lei dormì a casa sua. Fu la prima di una lunga serie di notte passate insieme a Frank. Ricorda ancora la prima notte, come russava Frank dall'altra stanza. L'aveva accompagnata a casa, le aveva lasciato il suo letto dicendole di chiudere pure la sua camera a chiave se non si sentiva al sicuro. Lui aveva dormito sul divano scomodo, non l'aveva nemmeno sfiorata con lo sguardo. Il giorno dopo le era andato a prendere tutte le sue cose nel suo appartamento e le aveva detto che poteva stare da lui quanto voleva.
Si erano spostati poi insieme, un anno dopo il loro matrimonio perchè lei era incinta. Non era più sola.
E adesso?
Adesso era di nuovo sola, per l'ultima volta era di nuovo sola.
Nessuna la veniva a trovare, nessuno le rivolgeva la parola, scambiava solo due parole con le infermiere ma niente di più. Era di nuovo sola...
Quando l'infermiera andò a prendere Annabelle per portarla in camera sua pensò che stesse dormendo. Non sapeva che invece lei era morta. Non sapeva che Annabelle in quel momento era tornata in quella casa e che stava di nuovo correndo per i prati col suo cavaliere e che in fondo al prato c'era il suo Frank che la aspettava con le braccia aperte, pronto a ridarle quel calore che non provava da tempo.
giovedì 16 settembre 2010
Call of Cthulhu, Mel e Seamus!

1926
Un altro giorno seduta in questa scrivania ad aspettare di andare a casa alle cinque. Almeno oggi mi è andata meglio del solito, il capo è uscito prima per andare a vedere dei reperti per una futura mostra, secondo me è andato a casa prima e basta.
Basta lamentarsi Mel! Prendi la tua borsa e vai a casa…
Ma mentre esco dal museo un’ombra sembra seguirmi, non mi sento per niente sicura e comincio a camminare più velocemente senza guardarmi indietro. Voglio solo arrivare alla strada dove ci sarà qualcuno, ma anche i passi di chi mi sta seguendo diventano più veloci. Comincio a correre e arrivata alla strada non sento più nulla. Mi giro e non vedo nessun’ombra, eppure sono sicura che qualcuno mi stesse seguendo.
Il giorno dopo arrivo al lavoro e ritirando la posta vedo che c’è un pacco per me, l’indirizzo è scritto a mano. La apro con molta cautela, aspettando che il direttore non ci sia. Rimango allibita quando vedo che il pacco contiene dei cioccolatini e una rosa rossa appoggiata in mezzo al vassoio. Peccato che a me il cioccolato al latte faccia schifo!
La sera stessa, mentre sto finendo le ultime cose, sento bussare alla finestra del mio ufficio. Un uomo vestito di bianco di carnagione scura mi sta guardando dalla finestra chiedendomi di aprire.
Mi dice che è stato lui a mandarmi i cioccolatini e che mi vuole solo parlare, se solo lo faccio entrare. Apro la finestra e cominciamo a parlare lì. Mi dice che è alla ricerca di un oggetto, un reperto antico proveniente dall’Egitto. E’ un cofanetto a forma ottagonale abbastanza lungo di legno con delle incisioni sopra. Mi chiede solo di avvisarlo nel momento in cui mi arrivasse sotto gli occhi uno di questi cofanetti, senza nessun obbligo. Sarò io a decidere il giorno in cui ne vedrò uno…
Poi lo strano uomo si allontana.
Da quel giorno io ricevo ogni anno un pacco di cioccolatini al latte con una rosa nel mezzo… il cioccolato al latte continua ancora oggi a farmi schifo!
1929
Sono la direttrice del museo. Oggi è una bella giornata non fosse per quella stordita della mia segretaria che non sa fare il suo lavoro, io ero molto efficiente quando ero al suo posto; la odio!
Mentre sto lavorando suona il telefono ed è Seamus che mi chiede che cosa faccio quella sera. E’ strana questa cosa perché non mi ha mai chiesto di uscire e sicuramente non mi sta corteggiando; probabilmente ha solo bisogno di qualcuno. Accetto la sua offerta e intanto esco un po’ prima per comprarmi un vestito nuovo.
La sera passa a prendermi con la sua macchina e mi faccio spiegare tutto. Stiamo andando in un locale frequentato normalmente dalla mala di Boston perché sta indagando sulla morte di un paio di prostitute e di un suo “vecchio amico” che ha trovato morto in mezzo ad un fiumiciattolo, apparentemente affogato ma realmente aveva un pezzo di legno strano conficcato nel collo.
Non ho chiesto a Seamus perché il pezzo di legno conficcato nel collo del morto ce l’avesse lui, meglio non chiedere certe cose ad un fotografo di un giornale.
Guardando meglio il pezzo di legno noto che è come il cofanetto che tre anni prima mi aveva fatto vedere Shariz, ecco come si chiamava l'uomo che mi aveva parlato la prima volta di queste reliquie egizie. Sono certa che è quello, ma adesso è rotto e l’acqua che l’ha bagnato sta facendo marcire il legno e al contatto con le mani comincia a sgretolarsi. Noto che al suo interno ha qualcosa, chiedo a Seamus se ha una penna e riesco a tirare fuori un bacco da seta, lo apro e al suo interno c’è una specie di farfalla morta. Seamus mi consiglia di sezionarla, lo faremo più tardi al museo…
Arrivati al locale ci accolgono degnamente e ci fanno accomodare in un salottino privato. Dopo un po’ arriva un conoscente di Seamus che ci da informazioni sia sulle prostitute che sul protettore . Ci danno l’indirizzo della ragazza dell’uomo ucciso e noi decidiamo di farci un salto il giorno seguente.
Non dico ancora nulla a Seamus del cofanetto di legno, devo decidere se contattare o meno quell’uomo.
Il giorno seguente ci rechiamo all’appartamento della morosa del morto che ci accoglie chiedendoci dov’è finito quello sfaticato del suo ragazzo. Quando le riveliamo che in realtà è deceduto scoppia in lacrime e ci chiede se la possiamo accompagnare fino all’obitorio per riconoscere il corpo.
Arrivati all’obitorio la scena non cambia molto. Lei si accascia piangente sul corpo del defunto e continua a piangere mentre un poliziotto parla con Seamus.
Mentre eravamo con l’addolorata “vedova” veniamo a scoprire che il suo ragazzo stava facendo da guardaspalle a due “donne di facili costumi” e ci da l’indirizzo del loro appartamento; così dopo essere usciti dall’obitorio ci dirigiamo direttamente a casa di queste due “brave ragazze”.
Bussando alla loro porta non risponde nessuno ma fortunatamente una signora del piano di sopra apre la porta e mi chiede se ho bisogno di qualcosa. Facendole qualche domanda, e dandole un nome falso, veniamo a sapere che son due giorni che non si vedono le prostitute. Ringraziamo la signora e ce ne andiamo, almeno fino a tarda sera quando scopriamo che queste due “sveglissime” ragazze lasciano la chiave di scorta sotto lo zerbino. Entriamo in casa senza fare troppo rumore e non troviamo nessuno, sembra come se siano scappate in fretta e furia lasciando lì ogni cosa… anche 3000 dollari sotto il materasso. Si sa che son tempi duri e il crollo della borsa non aiuta quindi io quei soldi me li prendo, nel caso poi trovassimo le due signorine glieli restituisco. Mettiamola così: li tengo in consegna così non vanno persi e nessuno li ruba!
A questo punto dico a Seamus di Shariz e decidiamo che lo chiamerò al più presto.
Al telefono lui è come sempre gentilissimo e stipuliamo che per il cofanetto mi da 1500 dollari; prima di accettare lo informo delle condizioni del cofanetto ma lui è ancora interessato all’acquisto. Termineremo il nostro affare la sera stessa al suo locale di lusso in centro Boston. Chiamo Seamus e gli chiedo di accompagnarmi, nelle prime non è molto convinto e cerca gentilmente di lasciarmi sola ma alla fine accetta.
Metto il vestito nuovo che avevo usato per uscire con Seamus qualche sera prima. Il locale è veramente elegante, una cameriera mi accoglie e mi fa accomodare in un tavolo. Pochi minuti dopo arrivano dei cioccolatini, ovviamente al latte, e un narghilè che nessuno dei due tocca.
Passati cinque minuti arriva il mio uomo che prende il narghilè e lo fuma con grande soddisfazione. Parliamo del cofanetto e dopo un po’ ci fa spostare al piano di sopra in uno stanzino addobbato riccamente con divanetti e tappeti e su un tavolino una ciotola piena di cioccolatini. Ci invita ad assaggiare un cioccolatino ma ne io ne Seamus siamo inclini ad accettare il suo invito. Dopo un po’ che rimaniamo fermi davanti a quel cioccolato senza avere il coraggio di prenderne uno l’uomo ci dice che ci lascia soli, e ci da il tempo per decidere se assaggiarli o meno. Appena la porta si chiude comincia il solito dibattito tra me e Seamus di chi deve assaggiare e chi guardare gli eventuali effetti; ma mentre ancora stiamo parlando sentiamo dei passi arrivare dal corridoio verso la nostra stanza.
Ad un tratto la porta i apre ed entra un ragazzo alto e nero muscoloso che ci punta una pistola contro intimando di mangiare uno di questi dannatissimi cioccolatini. Con un po’ di agilità e anche fortuna riusciamo a metterlo a tappeto e gli ficchiamo un cioccolatino in bocca. Dopo qualche istante il bodyguard ci guarda e ci parla con un’altra voce, dopo un paio di minuti cambia ancora voce e ci continua a chiedere dove si trova e chi siamo…
Scappiamo ma con noi ci portiamo dietro due di questi ormai stranissimi dolcetti. Ci dirigiamo in ospedale dove sappiamo esserci una ragazza in coma, prostituta di uno della mala di Boston che era scampata per miracolo alle numerose uccisioni dei giorni scorsi. Arrivati in camera della ragazza le mettiamo in bocca il dolce e glielo facciamo inghiottire. Finalmente apre gli occhi, ma prima ci parla in antico egizio e poi con una voce maschile. Almeno siamo riusciti a capire che dentro a quei dolci ci sono racchiuse delle anime che probabilmente sono state risucchiate dalla “farfalla” che si trovava dentro al cofanetto di legno.
Siccome il trattamento ricevuto non c’è piaciuto molto e visto che Seamus ha degli amici nella mala di Boston riusciamo a farci riceve dal boss più influente, don Gaetano. Dopo avergli spiegato la situazione ci dice che non gli garba molto aver perso due ragazze e ci fa capire che da ora in poi se ne occuperà personalmente lui. Poiché non sappiamo se ci vengono a cercare per farci la pelle chiediamo un altro aiuto a don Gaetano che ci fa trasferire per qualche giorno nella sua villa di campagna.
Quattro giorni dopo la mala ha scoperto tutto, dove tengono la gente che hanno rapito e tutto il resto. Comincia così il raid. Il locale lussuoso viene dato alle fiamme facendo credere che sia stato un atto di razzismo e il vecchio locale che usavano come tana viene prima attaccato e tutte le persone all’interno vengono uccise, anche se per un certo momento i mafiosi che guardavano dentro ad una stanza rimanevano come imbambolati e poi uccisi, e poi dato anch’esso alle fiamme. Ma prima di bruciare il vecchio locale abbiamo scoperto che dentro a quella stanza c’era un’enorme farfalla, con delle uova vicino, che ipnotizzava la gente che la guardava.
Il giorno dopo sono tornata al lavoro come se nulla fosse, immagino che non riceverò più dei cioccolatini l’anno prossimo.
lunedì 28 giugno 2010
Addio "Bela Milan"
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Fra due giorni dovrò abbandonare, forse per sempre, un appartamento a Milano.
Non che abbia mai vissuto in pianta stabile a Milano, ma la bazzico di tanto in tanto.
Sta di fatto che io adoro Milano, la trovo una delle città più belle in cui sono mai stata. In effetti, IO AMO MILANO! e spero un giorno di poterci tornare in pianta stabile... un giorno, chissà quando... ma tornerò!
Ma il cuore mi piange perché l'appartammento che sto per lasciare è quello che ha visto l'inizio della mia storia d'amore.
So che non avrei scritto nulla di me, di intimo, in questo blog ma il cuore è colmo di tristezza per questa cosa. Le lacrime scendono offuscando lo schermo del computer...
E' dentro a queste quattro mura che sono entrata per la prima volta quasi tre anni fa, forse era il 27 novembre. E' sempre qui che ho aspettato che lui tornasse dal lavoro. Aspettavo che la porta si aprisse per saltargli al collo e abbracciarlo...
Ed è sempre in queste quattro mura che ho dormito abbracciata all'uomo che amo e che spero di amare per sempre...
Amo Milano perché è la città che mi ha riportato in vita e che mi ha fatto amare ancora...
Ti amo Milano, perché sei una città unica che mi è entrata nel cuore così dolcemente.
Ti porterò nel cuore mia bella Milano fino al giorno che tornerò da te, fino a quando potrò di nuovo vedere il tuo Duomo e dire, come sempre, "Ciao Milano..."
Grazie Milano per tutto quello che mi hai dato, per tutte le emozioni che mi hai fatto vivere... per quel primo vero bacio in corso Vittorio Emanuele... per tutto il Grom che ho mangiato davanti la Scala... Grazi per le serate con gli amici e le mattinate di pettegolezzi.
Ti prometto che un giorno tornerò... tu aspettami sempre bella come sei!
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